Campo largo, l’intesa c’è. Ma Conte e Schlein devono ancora superare la prova dei contenuti

Programma entro novembre e primarie entro febbraio: Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra fissano una tabella di marcia per costruire l’alternativa al governo Meloni. Ma sulle alleanze, sull’Ucraina e sulle regole per scegliere il candidato premier restano distanze significative.

Per una volta il campo largo ha trovato un calendario prima di trovare una sintesi politica. Dopo mesi di incontri, dichiarazioni e trattative, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno concordato una tabella di marcia per provare a costruire una coalizione in vista delle elezioni politiche del 2027.

L’intesa è arrivata al termine di una riunione in videoconferenza durata circa tre ore. I quattro leader hanno fissato tre passaggi: programma comune entro novembre, iniziativa nazionale a dicembre e primarie entro febbraio per individuare la leadership della coalizione.

È un accordo sui tempi, non ancora sui contenuti. E la distinzione è tutt’altro che secondaria: stabilire quando incontrarsi è relativamente semplice; decidere che cosa proporre agli elettori, e soprattutto chi dovrà guidare il progetto, è un esercizio decisamente più impegnativo.

Il programma: un mese per trovare una linea comune

Il primo appuntamento riguarda la costruzione della piattaforma programmatica. I tavoli di confronto dovrebbero coinvolgere le forze di opposizione rappresentate in Parlamento che condividono l’obiettivo di costruire un’alternativa al centrodestra.

Il perimetro, almeno nelle intenzioni, non si limita quindi a Pd, M5S e Avs. L’apertura riguarda anche le formazioni centriste, da Italia Viva a Più Europa, fino alle realtà civiche che stanno lavorando a un possibile progetto comune.

Ma allargare il tavolo significa anche moltiplicare le questioni da risolvere. Il Movimento 5 Stelle, attraverso Conte, ha già indicato una serie di priorità e ha rivendicato un proprio documento programmatico articolato in venti punti. Tra i temi citati c’è anche il ritorno a una misura di sostegno al reddito sul modello del reddito di cittadinanza.

Il confronto dovrà riguardare anche il lavoro, il salario minimo, la politica economica, i servizi pubblici e la collocazione internazionale dell’eventuale coalizione. Proprio quest’ultimo punto rappresenta uno dei terreni più delicati.

Ucraina, il dossier che divide

La politica estera rischia infatti di diventare uno dei principali ostacoli alla costruzione dell’intesa. Conte ha ribadito le proprie riserve sulla linea seguita dall’Italia e dall’Occidente nel conflitto russo-ucraino, tornando a criticare la prospettiva dell’adesione di Kiev alla Nato e chiedendo maggiori garanzie sul percorso diplomatico.

Una posizione che non coincide con quella di una parte del Partito democratico e delle forze centriste, più favorevoli alla continuità del sostegno all’Ucraina. Le differenze non sono soltanto lessicali: riguardano il rapporto con gli alleati europei, il ruolo della Nato e il significato concreto della solidarietà a Kiev.

Il rischio è che il programma comune finisca per utilizzare formule sufficientemente generiche da non scontentare nessuno, ma anche da non chiarire davvero quale politica estera sceglierebbe un eventuale governo progressista.

Renzi sì, ma a quali condizioni?

Un altro nodo riguarda la presenza di Matteo Renzi e di Italia Viva. Conte ha escluso veti personali, ma ha chiesto precise garanzie politiche. Il leader del M5S ha richiamato le differenze accumulate negli anni con l’ex presidente del Consiglio e ha segnalato la necessità di evitare che la presenza di Italia Viva diventi un problema per l’elettorato pentastellato.

La questione è delicata perché il progetto punta ad allargare il perimetro della coalizione anche verso il centro. Ma l’apertura non equivale a un accordo già concluso: restano da definire il ruolo delle singole forze, il peso politico dei loro rappresentanti e le condizioni della partecipazione.

In altre parole, il campo largo vuole allargarsi senza perdere pezzi per strada. Una geometria che, nella politica italiana, non è mai stata particolarmente semplice.

Primarie a febbraio: la vera partita sarà la leadership

Il terzo punto dell’accordo è probabilmente quello più atteso: le primarie si terranno entro febbraio. L’obiettivo dichiarato è individuare una leadership sostenuta da tutte le componenti della coalizione.

Ma le regole non sono ancora definite. Si dovrà stabilire quanti candidati potranno partecipare, se il voto sarà a turno unico o doppio, quali modalità saranno ammesse e quali garanzie saranno previste per la partecipazione online.

La questione riguarda direttamente Conte e Schlein, entrambi potenziali protagonisti della competizione. Il presidente del Movimento 5 Stelle ha già sostenuto che la consultazione dovrà essere aperta a più candidati; nel Pd si guarda con interesse anche all’ipotesi del doppio turno, mentre i pentastellati hanno espresso riserve su questa soluzione.

La scelta del candidato premier sarà quindi il banco di prova dell’intero progetto. Prima ancora di contendersi la leadership, i partiti dovranno dimostrare di accettare regole condivise e un risultato che potrebbe non coincidere con le aspettative di ciascuno.

Un calendario non è ancora una coalizione

L’accordo rappresenta un passo organizzativo concreto, ma non certifica la nascita di un’alternativa già pronta a governare. Restano da comporre differenze programmatiche, divergenze sulla politica internazionale e questioni di rappresentanza.

Il campo largo ha fissato le scadenze. Ora deve dimostrare di poter trasformare una somma di opposizioni in un progetto politico riconoscibile.

Perché arrivare alle primarie è una cosa. Presentarsi agli elettori con una linea comune, una squadra e una proposta di governo è un’altra. E il calendario, da solo, non garantisce nessuna delle due.

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