La prima valutazione globale dell’Unione internazionale per la conservazione della natura classifica 122 ecosistemi su 127 come gravemente minacciati. Il riscaldamento degli oceani e le ondate di calore marine sono tra i principali fattori di rischio.
C’è un patrimonio naturale che rischia di scomparire sotto la superficie degli oceani, lontano dagli occhi di gran parte dell’umanità ma fondamentale per l’equilibrio della vita marina. Le barriere coralline, tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità del pianeta, stanno affrontando una crisi che potrebbe diventare irreversibile nel corso dei prossimi decenni.
A lanciare l’allarme è l’Unione internazionale per la conservazione della natura, l’IUCN, che il 22 ottobre ha pubblicato la prima valutazione globale degli ecosistemi delle barriere coralline attraverso la propria Red List of Ecosystems.
Il risultato è particolarmente preoccupante: 122 dei 127 ecosistemi esaminati, pari al 96%, sono stati classificati nella categoria Critically Endangered, ovvero in pericolo critico. Un ecosistema delle isole Galápagos occidentali risulta già collassato, mentre per quattro aree non sono disponibili dati sufficienti per una classificazione completa.
L’analisi riguarda le barriere coralline di acque calde e poco profonde, distribuite in 127 ecoregioni tropicali e subtropicali, per una superficie complessiva di circa 188.362 chilometri quadrati.
Il riscaldamento degli oceani è il principale fattore di rischio
Il dato più significativo riguarda il ruolo del cambiamento climatico. Secondo la valutazione IUCN, lo stress termico legato al riscaldamento globale rappresenta la minaccia più costante per questi ecosistemi.
L’aumento della temperatura dell’acqua favorisce episodi di sbiancamento dei coralli, fenomeno che si verifica quando gli organismi perdono le alghe microscopiche con cui vivono in simbiosi e dalle quali ricavano una parte fondamentale del nutrimento.
Lo sbiancamento non comporta necessariamente la morte immediata del corallo. Se le condizioni ambientali migliorano in tempo, alcune colonie possono recuperare. Ma quando le ondate di calore marine diventano troppo frequenti e intense, il tempo necessario alla rigenerazione si riduce e il rischio di mortalità aumenta.
La valutazione internazionale utilizza anche proiezioni climatiche fino al 2075. È proprio l’inclusione degli scenari futuri a spiegare una parte importante della gravità del risultato.
Un elemento è particolarmente significativo: considerando soltanto i cambiamenti osservati negli ultimi cinquant’anni, senza includere le proiezioni climatiche future, la quota degli ecosistemi classificati in pericolo critico scenderebbe dal 96% al 24%.
La differenza mostra quanto il futuro delle barriere coralline dipenda dalle scelte che verranno adottate nei prossimi anni.
Perché le barriere coralline sono così importanti
Le barriere coralline non sono soltanto ambienti spettacolari per il turismo subacqueo. Sono sistemi naturali che sostengono una parte rilevante della biodiversità marina.
Secondo l’IUCN, gli ecosistemi corallini ospitano circa un quarto delle specie marine. Offrono riparo, aree di riproduzione e risorse alimentari a una straordinaria varietà di organismi.
Il loro deterioramento può quindi produrre conseguenze a catena sull’intera rete alimentare marina.
Ma il problema riguarda anche le comunità umane. Le barriere contribuiscono alla protezione delle coste dall’azione delle onde e delle mareggiate e sostengono attività economiche come pesca, acquacoltura e turismo.
Quando un ecosistema collassa, non si perde soltanto un ambiente naturale. Si indeboliscono anche le risorse dalle quali dipendono intere comunità costiere.
La scomparsa progressiva delle strutture coralline può lasciare spazio ad ambienti molto più poveri, caratterizzati dalla perdita dei coralli costruttori e dalla progressiva sostituzione con alghe, detriti e altri organismi.
Le aree più importanti sono già sotto pressione
La valutazione comprende alcuni dei sistemi corallini più conosciuti e ricchi di biodiversità del pianeta: la Grande barriera corallina australiana, il Triangolo dei Coralli nel Pacifico occidentale e nel Sud-est asiatico, il sistema della barriera mesoamericana e le barriere del Mar Rosso.
Non si tratta quindi di un problema circoscritto a singole aree geografiche. La minaccia interessa ecosistemi distribuiti in numerosi Paesi e territori.
L’indagine è stata coordinata dall’IUCN insieme all’Università di Melbourne e a CORDIO East Africa, con il contributo della rete globale di monitoraggio delle barriere coralline. Hanno partecipato oltre 250 esperti.
Non è ancora una condanna definitiva
L’allarme scientifico non deve essere confuso con la dichiarazione che tutte le barriere coralline siano già morte o destinate inevitabilmente a scomparire.
La stessa valutazione sottolinea che molti ecosistemi conservano ancora possibilità di recupero. Esistono aree più resilienti e colonie capaci di riprendersi dopo episodi di sbiancamento.
Per evitare il collasso saranno però necessari interventi su più livelli: riduzione delle emissioni di gas serra, tutela delle aree marine, protezione degli habitat e investimenti nella conservazione e nel ripristino degli ecosistemi costieri.
La questione, in definitiva, non riguarda soltanto la sopravvivenza di una delle meraviglie naturali del pianeta. Riguarda il rapporto tra il clima, la biodiversità e la sicurezza economica di milioni di persone.
Gli oceani stanno mostrando segnali sempre più evidenti di sofferenza. E questa volta il messaggio arriva da una valutazione scientifica globale: il tempo per intervenire esiste ancora, ma non è infinito.