La manovra 2027 apre un nuovo fronte politico sulla scuola. Dal prossimo anno scolastico, il disegno di legge prevede una riduzione di 6.974 posti: 4.925 nell’organico dei docenti e 2.049 tra il personale amministrativo, tecnico e ausiliario (Ata). Il governo lega l’intervento anche al calo demografico e alla diminuzione degli studenti. Sindacati e opposizioni contestano invece che la risposta alla denatalità debba tradursi in un ulteriore ridimensionamento del personale.
La questione è entrata nel confronto parlamentare mentre il testo della legge di Bilancio, da circa 26 miliardi, comincia il suo iter alla Camera. I tagli agli organici sono inseriti nell’articolo 66 e produrrebbero risparmi stimati in 83,9 milioni nel 2027 e 251,7 milioni annui dal 2028. Sono cifre che rendono il dossier uno dei capitoli più sensibili della manovra.
Il calo degli studenti e la scelta del governo
La riduzione delle nascite sta cambiando la composizione della popolazione scolastica. Secondo i dati riportati nelle ricostruzioni del provvedimento, gli iscritti sono scesi da 8,4 milioni nel 2017-2018 a 7,7 milioni nel 2024-2025. Per l’esecutivo, adeguare gli organici a questa tendenza è una scelta di razionalizzazione della spesa.
Il punto politico, tuttavia, è come usare il cambiamento demografico. I critici sostengono che meno studenti potrebbero rappresentare l’occasione per classi meno affollate, maggiore inclusione e più attenzione individuale, anziché per ridurre ulteriormente le dotazioni. Il governo deve quindi spiegare non solo il risparmio previsto, ma anche come la scuola possa mantenere qualità e servizi con meno personale.
Sindacati e opposizioni alzano il livello dello scontro
Le organizzazioni sindacali hanno annunciato mobilitazioni. La Flc Cgil ha già indicato lo sciopero del 20 novembre, mentre altre sigle hanno programmato iniziative comuni, tra cui un sit-in a Roma l’11 novembre e assemblee nelle scuole il 16. La protesta riguarda sia i posti previsti dalla nuova manovra sia il cumulo con le riduzioni già decise negli anni precedenti.
Secondo i conteggi sindacali, considerando le misure distribuite su più anni scolastici, il saldo arriverebbe a 14.808 posti in meno: 10.585 docenti e 4.223 Ata. È una stima riferita all’insieme degli interventi e non al solo taglio del 2027. La distinzione è importante perché nel dibattito pubblico i numeri rischiano di essere sommati senza chiarire a quale anno e a quale norma si riferiscano.
Le opposizioni chiedono di cancellare o modificare le disposizioni. Anche nella maggioranza si sono registrate aperture al confronto: il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, secondo quanto riportato da Tuttoscuola, avrebbe manifestato disponibilità a discutere la cancellazione dei tagli. La disponibilità politica, però, non equivale ancora a una modifica approvata.
La prova degli emendamenti
Il calendario parlamentare prevede audizioni dal 9 al 12 novembre e la scadenza per gli emendamenti il 17 novembre alle 18. Sarà quella la sede in cui governo e maggioranza dovranno indicare se intendono correggere l’articolo 66 e con quali coperture. Le risorse, infatti, non possono essere considerate disponibili senza una scelta su dove reperirle.
La scuola diventa così un test della manovra: da un lato il governo richiama la necessità di adattarsi alla demografia e contenere la spesa; dall’altro, sindacati e opposizioni chiedono che il calo degli iscritti non venga trasformato automaticamente in un taglio di servizi. Il confronto non è chiuso. Le prossime settimane diranno se il Parlamento confermerà la riduzione degli organici o se il testo cambierà prima dell’approvazione.