A oltre due anni dalla successione di Mattarella, il Colle entra nei retroscena della politica. La premier respinge l’ipotesi di una candidatura, ma il tema è sul tavolo: tra ambizioni, veti incrociati e possibili accordi trasversali, il vero banco di prova saranno le elezioni del 2027.
Il calendario dice 2029. La politica, invece, ha già cominciato a guardare al Quirinale. La successione di Sergio Mattarella non è ancora una partita ufficiale, ma nei palazzi romani il tema ha smesso di essere una curiosità da retroscena. I nomi circolano, le alleanze vengono osservate con una prospettiva più lunga e le prossime elezioni politiche assumono un significato che va ben oltre la formazione del governo. Il Parlamento che uscirà dalle urne del 2027 sarà chiamato, salvo eventi anticipati, a eleggere il successore di Mattarella. La domanda non è soltanto chi vincerà le prossime politiche, ma chi arriverà al 2029 con la forza parlamentare necessaria per orientare l’elezione del capo dello Stato.
Meloni nega il progetto, ma apre il confronto
Il tema è tornato al centro del dibattito dopo le dichiarazioni di Giorgia Meloni del 1° novembre. La presidente del Consiglio ha assicurato di essere concentrata sulla possibilità di ottenere un altro mandato a Palazzo Chigi e ha escluso che il Quirinale rientri nei suoi piani. Ha però contestato l’idea che il Presidente della Repubblica debba necessariamente provenire dal centrosinistra, rivendicando la legittimità di una scelta espressa da una maggioranza di centrodestra.
Nessuna candidatura annunciata, dunque, ma una discussione esplicita sulla possibilità che il prossimo capo dello Stato appartenga a un’area diversa. Meloni ha richiamato il principio secondo cui al Quirinale non ci si candida, ma si viene candidati. Il retroscena non è una candidatura formalizzata: è il fatto che il tema sia entrato nel discorso pubblico. Matteo Renzi ha collegato la prospettiva di una possibile candidatura della premier alla legge elettorale e agli equilibri istituzionali. La partita è già terreno di confronto tra maggioranza e opposizione, anche se nessuno può indicare oggi un candidato con reali possibilità di elezione.
Il centrodestra e la rosa dei possibili successori
Nel centrodestra il nome più inevitabile è quello di Giorgia Meloni, non perché abbia annunciato di voler lasciare Palazzo Chigi, ma perché la sua posizione rende impossibile ignorare l’ipotesi. Una sua eventualuale candidatura aprirebbe una discussione sull’equilibrio tra la guida del governo e la funzione di garanzia del capo dello Stato.
Accanto a Meloni, nelle ricostruzioni giornalistiche sono comparsi Guido Crosetto, Ignazio La Russa, Alfredo Mantovano, Giancarlo Giorgetti e Raffaele Fitto. Non sono candidature ufficiali: sono profili evocati per ragioni istituzionali e politiche. Se il centrodestra arrivasse al 2029 con una maggioranza solida, potrebbe sostenere un candidato della propria area. Se gli equilibri fossero fragili, la scelta potrebbe richiedere un profilo capace di raccogliere consensi fuori dalla coalizione.
Vannacci, l’apertura a Meloni e il problema degli alleati
Roberto Vannacci ha definito Meloni una figura che potrebbe essere adatta alla Presidenza della Repubblica, lasciando aperta la possibilità di un sostegno. È un’apertura politica, non un accordo. Un’eventuale candidatura della premier dipenderebbe anche dalla capacità di costruire un perimetro parlamentare più ampio: per il Quirinale servono voti, e servono nel momento in cui il Parlamento sarà chiamato a scegliere.
Le aperture di Vannacci non risolvono le incognite della coalizione. Forza Italia e Lega, insieme alle altre componenti della maggioranza, avrebbero un ruolo decisivo nel definire una candidatura condivisa. Il Colle può diventare un terreno di competizione anche all’interno dello stesso centrodestra.
Casini, il ritorno dei centristi e la carta del candidato condiviso
La decisione di Pier Ferdinando Casini di non ricandidarsi in Parlamento, dopo 44 anni, ha riaperto le speculazioni sul suo possibile ruolo nella futura partita del Quirinale. Casini non ha annunciato una candidatura, ma la lunga esperienza parlamentare, il passato da presidente della Camera e la capacità di dialogare con schieramenti diversi lo rendono un profilo citato nelle ricostruzioni.
Nello stesso scenario sono stati evocati Paolo Gentiloni, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Mario Draghi e Mario Monti, soprattutto nell’ipotesi di un Parlamento senza una maggioranza chiara. Non si tratta necessariamente di individuare il candidato di una coalizione, ma di capire quale figura potrebbe essere accettata da più parti in caso di stallo. Casini resta una possibilità giornalistica, non una candidatura in campo.
Il fantasma del pareggio: quando il Quirinale diventa la seconda partita
Uno scenario ricorrente nei retroscena è un Parlamento senza maggioranza autosufficiente, un governo difficile da costruire e la necessità di un accordo istituzionale più ampio. In questo caso il Quirinale potrebbe diventare il punto di convergenza tra forze che non riuscissero a trovare un’intesa su Palazzo Chigi.
Un risultato elettorale incerto nel 2027 potrebbe spingere i partiti a ragionare su una figura capace di raccogliere consensi trasversali. Ma è una possibilità, non una previsione: dipenderà dall’esito delle elezioni, dalla legge elettorale e dai rapporti tra le coalizioni. Il nome più citato oggi non è necessariamente quello che arriverà al voto finale.
La legge elettorale è il primo tassello
La partita del Quirinale si intreccia con quella della legge elettorale. Il sistema con cui si eleggerà il prossimo Parlamento potrebbe incidere sulla distribuzione dei seggi e sulla capacità delle coalizioni di sostenere un candidato alla Presidenza. La riforma non è soltanto tecnica: riguarda il potere che ciascun partito potrà esercitare nella legislatura successiva.
La maggioranza punta a un sistema che consenta stabilità; l’opposizione teme un rafforzamento eccessivo del blocco vincente. Il Presidente non viene eletto direttamente dai cittadini, ma da un Parlamento che porta con sé il risultato delle elezioni e i rapporti di forza tra i partiti. La legge elettorale non determina automaticamente il nome del prossimo capo dello Stato, ma può definire il terreno della trattativa.
Mattarella resta il punto di riferimento
Il secondo mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029 e la successione seguirà le procedure costituzionali. L’articolo 85 prevede che il Presidente della Camera convochi il Parlamento in seduta comune e i delegati regionali trenta giorni prima della scadenza. Il calendario formale è lontano, ma la politica non aspetta la convocazione per costruire scenari.
La rielezione di Mattarella nel 2022 ha mostrato quanto una partita presidenziale possa cambiare direzione quando i partiti non riescono a convergere. Il 2029 potrebbe essere una trattativa lunga, con candidature che emergono e vengono accantonate, accordi costruiti soltanto quando il Parlamento è chiamato a votare.
La vera domanda è chi avrà i numeri nel 2029
Meloni ha negato di avere il Colle nei propri piani. Vannacci ha aperto alla possibilità di sostenerla. Casini è tornato nelle ricostruzioni dopo la decisione di lasciare il Parlamento. Gentiloni, Draghi e altri profili vengono evocati soprattutto nello scenario di un equilibrio parlamentare difficile. Nessuno di questi elementi basta a indicare un candidato, ma insieme raccontano che la successione è entrata nella strategia politica delle forze che si preparano alle elezioni del 2027.
La partita non è iniziata ufficialmente. È iniziata la costruzione dei rapporti di forza, delle alleanze e delle valutazioni su chi potrà arrivare al voto presidenziale con una maggioranza. Il nome del prossimo Presidente resta un’incognita. La domanda concreta è: chi arriverà al 2029 con i numeri per scegliere il successore di Mattarella?